Gervasio di Tilbury e l’ultima forma dell’Ottimo commento

Claudia Di Fonzo,  La tradizione dell’Ottimo commento e la menzione di Gervasio di Tilbury nella prima e nella seconda cantica : Inferno XXVIII, 6-12 e Purgatorio XX, 49-52 .

Per introdurre questa pur breve scheda relativa al fenomeno della “diffrazione esegetica” entro la tradizione dell’Ottimo commento e, nello specifico in relazione alla terza redazione inedita, premettiamo brevemente lo status questionis redazionale: la prima redazione che denomineremo brevemente O1 (1333-34), è tramandata dal codice Laurenziano Pluteo 40, 19 (sec. XIV) riprodotto dalla stampa del Torri [1]; la seconda, nel complesso inedita (O2), posteriore alla prima e più estesa delle altre due, è tradita da un gruppo consistente di oltre quaranta codici dei quali promuoviamo a copia di collazione il Riccardiano 1004 della Biblioteca Riccardiana di Firenze e il Magliabechiano II. 1. 31 (sec. XV) della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; la terza redazione detta “l’ultima forma” del commento (O3), posteriore al 1337 e in ogni caso da porsi avanti al 1343 per motivi interni, è tradita da quattro manoscritti e precisamente dal Barberiniano Latino 4103 della Biblioteca Apostolica Vaticana, il Vaticano Latino 3201 della medesima biblioteca e sicuramente descriptus di BA, il codice M 676 della Pierpont Morgan Library di New York che è il manoscritto più significativo accanto a BA (NY), il Fonds italien 70 della Bibliothèque Nationale di Parigi (PA) che contiene oltre al testo della Commedia una piccola parte delle chiose di O3 e precisamente quelle relative ai canti dal primo (dal verso 91) al decimo dell’Inferno non senza grosse lacune soprattutto nei proemi a cominciare da quello generale alla Commedia. Ricordiamo inoltre che nella recensione al volume del Rocca, già nel 1891, il Roediger, poi seguito dal Barbi e dal Bellomo, aveva dichiarato di riconoscere “nel codice Poggiali 313 un primo e curiosissimo abbozzo del commento fiorentino”.

In questa sede vorrei soffermarmi brevemente su una chiosa precipua di O3, quella a Inf. XXVIII, 6-12 relativa alle battaglie che ebbero luogo in Puglia, ovvero genericamente in Italia meridionale. Queste battaglie sono per O3, come per Jacopo Alighieri (1322-33) e Jacopo della Lana (1324-28), cinque di contro alle quattro di Guido da Pisa (1326-28). Tutti i commentatori antichi presi in considerazione, e precedenti a O3, menzionano la prima guerra con la differenza che taluni la inseriscono nel numero delle guerre esemplificate, che diventano così cinque in luogo di quattro, e la riferiscono alle battaglie di Enea contro Turno e il re Latino, mentre altri la sottraggono dal computo e la riferiscono alle guerre che gli indomiti popoli italici fecero contro Roma in Puglia ovvero in Meridione. Per Jacopo Alighieri la prima guerra fu quella tra la gente di Enea e quella di Turno e così pure Jacopo della Lana. Il Bambaglioli fa riferimento generico alle guerre dei Troiani e considera prima guerra la battaglia di Canne senza tuttavia proporre numerazione alcuna. Guido da Pisa risolve diversamente la questione sottraendo questa prima fase di guerra dal computo delle guerre esemplari e riferendola genericamente a tutte le battaglie che i Romani ebbero a fare con molti popoli bellicosi in Apulia (Ab urbe condita, X, 9) tra cui gli Equi i Sanniti e i Lucani:

“fuerunt enim iste tres gentes mirabiliter bellicose, quas omnes Romani diversis preliis debellarunt; et tandem ipsarum civitates et specialiter Sannii, propter verecundiam quam Romani apud furcas caudinas ab ipsis Sannitibus receperunt, funditus deleverunt. Cecidit autem in dictis bellis multitudo maxima Romanorum sed multo plures de dictis Equis, Sannitibus et Lucanis. Et ista prelia tangit autor in textu ibi: S’e’ s’aunasse ancor tutta la gente / che già, in su la fortunata terra/ di Pullia, fu del su’ sangue dolente/ per li Romani. Vera tota illa gens superios nominata de suo sanguine per Romanos fuso atque dileto fuit dolens”.

Dopo aver parlato di questi “generalia proelia” Guido prosegue distingue ed enumera “quatuor diversa prelia”: la battaglia di Canne (218 -202 a.C.) che per il nostro O3, come per O1, per Jacopo e per il Lana, è la seconda battaglia; quella contro Roberto il Guiscardo (seconda per Guido e terza per l’Ottimo, per Jacopo e per il Lana); quella di Ceperano dove fu sconfitto Manfredi (terza per Guido e quarta per l’Ottimo, per Jacopo e per il Lana) che O1 e O3 riconducono alla Battaglia di Benevento del 1266; infine quella di Tagliacozzo dove fu sconfitto Corradino di Svevia il 23 agosto 1268 (quarta ed ultima per Guido ma quinta per l’Ottimo, per Jacopo e per il Lana).
Tra questi generalia proelia di cui dice Guido bisogna annoverare probabilmente una delle più energiche opposizioni ai Romani ovvero quella dei Sanniti articolatasi in tre fasi: la prima guerra sannitica (343 a C.) rimasta piuttosto oscura presso gli storici antichi, la seconda guerra sannitica (327-304 a.C.), celebre per l’episodio delle Forche Caudine (321 a.C.), e sfavorevole ai Romani i quali tuttavia riuscirono a piegare i Sanniti costringendoli a chiedere la pace; infine una terza guerra sannitica (298-290) dopo la quale gli stessi, alleati con gli Etruschi e i Galli, furono costretti a stipulare una alleanza con i Romani.

O3 reagisce al cospetto della diffrazione esegetica della tradizione di commento a lui precedente e a Inf. XXVIII, 6-9 e ripropone la spiegazione già fornita nella prima redazione del commento (1333-34) attribuendo questa prima fase alla “guerra troiana”. Ricorre quindi all’unica fonte, non dichiarata nelle altre redazioni (O1 e O2) né presente nella tradizione di commento precedente, nella quale trova notizia di tale guerra alias Gervasius Tilleberiensis (ca. 1160-1235) che fu “marescallus” di Ottone IV di Brunswick. Gervasio “nel libro che fece ad honore d’Ottone quarto [2] imperadore de’ Romani il quale intitola Delli otii imperiali scrive che “Troia fue edificata al tempo che Aiot iudica in Israel, anni dal principio del mondo .mmdlxx. o alcuni meno, et cadde il terzo anno del iudicato d’Abdon che sono poco più de .c. anni; et infra questo tempo fue guasta al tempo di Laomedon padre del Re Priamo [3]. La citazione da Gervasio è probabilmente citazione indiretta o da compendio poiché non corrisponde verbaliter alla versione che Gervasio fa del racconto di Troia nella edizione dei Monumenta, vol XXVIII, [10], 35 là dove a sua volta egli medesimo rimanda a un repertorio: il catalogo dei romani e dei franchi. Diverso è il computo degli anni, diverso il racconto. In luogo di Abdon troviamo a testo Lapdon ma tra le varianti registrate ricorre Abdon: “Sane in catalogo Romanorum et Francorum legimus et iudicum vel regnum Israel, quia, cum Lapdon de tribu Effraim regeret populum Israel annis octo, huius anno tercio capta est Troia ab Assiris”. O3 continua dicendo che “non pare verisimile che guerra si facesse in Puglia” e che del resto neppure lo storico Paolo Orosio(i) “fa alcuna memoria di guerra fatta per li Troiani in Pugl[i]a, né si puote dire che la guerra fatta per Enea nella contrada di Roma con Turno Re dei Rutili o con li Latini fosse in Pugl[i]a”.

Tra le fonti caratterizzanti l’ultima forma dell’Ottimo commento abbiamo già segnalato Gervasio di Tilbury. Tale fonte segnalata in occasione nell’edizione della prima cantica del commento compare anche nella chiosa a Pg XX, 49-52: «[49]-[52] Chiamato fui di là, et cetera; figl[i]uol fu’ io, et cetera. Qui si palesa il nome di costui et li suoi discendenti et li suoi antichi; avegna che di questo Ugo Ciappetta diversi diversamente scrivano. Maestro Gervasio Tilliberese, marescalco dotto [de l’]imperadore, nel libro intitolato Otii imperiali, distintione seconda, capitolo della successione del regno di Francia, dopo Carlo dice: «Regnòe dopo Carlo Magno, Ludovico[4] Pietoso, suo figlio; al quale succedette Carlo Calvo; et a llui Ludovico Oltremarino, a cui succedette Lottieri; al quale succedette Ludovico ch’ebbe per mogl[i]e la regina[5] Bianca. In costui finie li re della famigl[i]a di Carlo. Costui Ugho, nobilissimo cavaliere, elesse in maggiore[6] de l’hostello reale, al quale Ugo due santi apparvoro, et cetera et dissoro che li sarebbe dato per metito il regno di Francia in fino in septima generatione[7]. Il re d’infirmitade morìe obligando Ugo di prendere la regina[8] per mogl[i]e et lei Ugo per marito, et così si fece, salvo che Ugo non volle essere unto in re, per ché più se stendesse la sua septima successione. A llui succedette Ugo suo figl[i]uolo. A Ugo secondo succedette Roberto. A Ruberto, Arrigo. Ad Arrigo, Filippo». Non sfugge al commentatore il collegamento tra virtù propria e merito personale e questione della nobiltà che Dante affronta nel quarto trattato del Convivio e prima ancora nella canzone Le dolci rime d’amor ch’io solea scritta almeno dieci anni prima.  Nella canzone Dante attribuisce la nozione di nobiltà in quanto “antica ricchezza e belli costumi”  a Federigo di Soave (Cv IV, iiii, 6). Nella Monarchia corregge tale attribuzione e la attribuisce ad Aristotele: «Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta Phylosophum in Politicis; et iuxta Iuvenalem: nobilitas animi sola est atque unica virtus» (Mn II, iii, 4).

 

1 L’Ottimo Commento della Divina Commedia. Testo inedito d’un contemporaneo di Dante, a c.d. Alessandro Torri. Ristampa con prefazione di Francesco Mazzoni, Arnoldo Forni Editore, 1995; recensione di Aldo Vallone in “L’Alighieri”, n. c., 7, XXXVIII (gennaio-giugno 1996), pp. 87-89.

2 Orosio, Le Storie contro i pagani (Orosii Historiarum adversos Paganos), a cura di A. Lippold. Traduzione di A. Bartalucci, Milano, Mondadori, 1976, 2 voll.

3 Ottone IV di Brunswick, dedicatario degli Otia imperialia, opera inizialmente concepita per Enrico d’Inghilterra, figlio di Enrico II Plantageneto secondo quanto scrive Annie Duchesne nella sua Introduzione a Le livre des merveilles edito dalle Belle Lettres nel 1992. La studiosa segnalò dell’opera un nuovo codice (Berlin, Staatsbibliotek, cod. lat. VIII 133) sconosciuto al Caldwell che morì prima di pubblicare la sua nuova edizione dell’opera condotta sull’autografo manoscritto della Biblioteca Vaticana: Vat. Lat. 933 da cui la dedicatio: “Ottoni quarto, Romanorum imperatori semper augusto. Gervasius Tilleberiensis vestri dignatione marescallus regni Arelatensis, humilis devotus et fidelis salutem, victoriam et pacem interiorem et exteriorem”.

Gervasius Tilberiensis, Otia imperialia. Alla prima edizione di Duchesne, Historiae Francorum scriptores, III (1641), 363-374 seguì quella di Leibnitz, Scriptores rerum Brunsvicensium, I (1707), 881-1004; II (1710), 751-784; quindi quella di F. Liebrecht, Das Gervasius von Tilbury, Otia imperialia, Hannover 1859; Stevenson, Rerum Britannicarum medii aevi scriptores (Rolls Series), 66 (1875), 419-449 (Inghilterra. Chron. and Mem. 66); Pauli, MGH SS 27 (1885), 363-394. Questa fonte “minore” ha una sua importanza anche ai fini della definizione della “storia del Purgatorio” ; infatti nella terza delle tre decisiones Gervasio riporta il resoconto delle rivelazioni di un giovane uomo di nome William ucciso sulla strada per andare a Beaucaire nel luglio del 1211 a una giovane donna alla quale appare nella notte dopo tre o cinque giorni dalla morte e ripetutamente per divina permissione. Il defunto le parla anche del fuoco purgatoriale. Cfr. P. Cherchi, Gervase of Tilbury and the Birth of Purgatory, in “Medioevo Romanzo” 14 (1989), pp. 97-110 a p. 100.

4 Ludovico] lodovico M676 (forma usata anche in seguito)

5 regina] reina M676 (forma)

6 maggiore] magiore M676 (forma scempia

7 Non sfugge al commentatore l’importanza della questione della virtù propria  personale da riferire alla questione della nobiltà che Dante ha solo affrontato in parte nel Convivio.

8 regina] reina M676 (forma)